martedì 16 maggio 2017

CIMELI SCOLASTICI...

Tra le sudate carte del liceo (poche, quelle che ho conservato) ho ritrovato la brutta copia di un "microsaggio" di letteratura latina, dedicato a Lucrezio e al suo "De rerum natura". 
Trascrivo di seguito traccia e svolgimento: non credo sia questa la forma definitiva in cui lo consegnai al professore, 18 anni or sono, ma questo mi è rimasto.

F. Hayez, Lucrezio (part.)

TRACCIA. Ragioni della poesia e poesia della ragione. Appunti sul "caso Lucrezio" alla luce della seguente affermazione di Traglia: "E' impossibile scindere in Lucrezio il poeta dal filosofo. Egli è il poeta della filosofia. E non sembri temerario parlare di poesia a proposito di un'opera filosofica, giacché si proclama che "esistenza di un problema concettuale (morale, politico o altro) non solo non è esistenza, ma anzi è esclusione di poesia" (cfr. Croce, "Poesia antica e moderna")".


SVOLGIMENTO. Il "De rerum natura" è uno dei più grandiosi canti elevati alla potenza della vita. Seguendo la strada indicata da Epicuro, il maestro tanto osannato in toccanti elogi, Lucrezio dipinge un'immagine dell'universo pulsante e luminosa.
Nell'immensità del cosmo vibrano incessantemente gli atomi, "semina" della materia, che nel loro perenne coagularsi e disgregarsi edificano la vita ovunque.
Una forza incoercibile fa si che gli atomi si aggreghino; e una potenza altrettanto grande li stacca, avviando le cose verso un disfacimento, che altro non è se non trasformazione, perenne divenire.
Consapevole di queste verità, l'uomo saggio non avrà timore della morte (che è solo l'inizio di molti altri cicli vitali) e sarà libero dal timore degli dei, supremi modelli di serenità indifferente.
Sono questi i concetti fondamentali, esposti da Lucrezio nel suo poema, di una dottrina fondata sullo studio razionale dei fenomeni celesti e terrestri e sui meccanismi che concernono lo spirito umano.
Di tale dottrina l'autore si fa divulgatore, consapevole delle difficoltà ma stimolato dall'entusiasmo di un'impresa che lo condurrà alla serenità e alla gioia dello studio e del sodalizio amichevole predicati da Epicuro.
Il poema è quindi anche un messaggio sul ruolo stesso della filosofia: non astratta elucubrazione della mente ma unica guida (attraverso l'ascesi più severa) a una felicità fatta di rinunce, di scienza, di armonia con il tutto.
L'entusiasmo con cui Lucrezio si è immerso nello studio filosofico coincide con quello legato al tentativo di esporre in versi "luminosi" l'oscura dottrina epicurea (I, 933): "obscura de re tam lucida pango carmina".
Il "miele delle muse" (I, 936 e segg.) non deve adulterare la realtà ma addolcire l'amaro farmaco dell'umanità che la guarisce da una malattia mortale - la superstizione.
Il paragone tra la poesia e il "miele" lo si ritrova già in Platone (nelle "Leggi"): "come a chi è malato e ha il fisico indebolito si tenta di dare una medicina vantaggiosa, porgendola loro in qualche dolce bevanda [...]".
Per Lucrezio, la poesia è il miele, così come "l'amara medicina" è la dottrina epicurea. Il fatto che per Lucrezio assuma un'importanza tale da equipararsi alla filosofia ha indotto alcuni critici ad affermare che egli avesse preso le distanze dall'epicureismo ufficiale, che voleva vedere nella poesia un divertimento e non certo un'ancilla philosophiae.
Già Platone riteneva imperfetta la poesia, perché copia del mondo sensibile, a sua volta copia del mondo delle idee; d'altro canto, essa era anche giudicata pericolosa per l'anima nelle passioni che suscita.
Epicuro accetta la poesia quando è un divertimento dell'anima, ma la condanna quando suscita turbamento.
In Lucrezio la ripresa di "topoi" letterari classici, l'accentuazione della priorità della sua poesia scientifica (per cui Lucrezio è debitore a Parmenide e a Empedocle), l'insistenza sul tema dell'ispirazione delle muse (ciò che Paratore ha chiamato "il topos tipicamente ellenistico dell'orgoglio dell'inventor") conferiscono ai suoi versi taluni vigorosi accenti che sembrano tradire gli ideali epicurei di equilibrio e atarassia.
La poesia di Lucrezio non "altera" però la realtà ma contribuisce alla funzione didattica della sua trattazione.
Considerata in questo senso, la poesia di Lucrezio non implica dunque quei pericoli e quelle lusinghe che spingevano Platone o lo stesso Epicuro ad ammonire contro aberrazioni e mistificazioni artistiche.
Ogni elemento del linguaggio è "calcolato", non tanto per fini estetici, quanto di comunicazione e immediatezza concettuale.
Lucrezio avverte la "novitas" della materia che tratta: come Omero in Grecia, come Ennio a Roma (al quale Lucrezio s'ispira, sebbene gli rimproveri il fatto di credere "ne li dei falsi e bugiardi" - com suggerisce Waszink), anche egli introduce per primo un genere letterario (quello del poema didascalico) fra i Latini, dando un nuovo linguaggio e nuovi contenuti al popolo romano, rappresentato dalla figura di Memnio, dedicatario della composizione.
A causa della materia trattata, il linguaggio è "duro" (anche se, in piccola parte, ciò è dovuto allo stato di opera non-finita e non-corretta), ricco di arcaismi, di volgarismi, di grecismi.
L'esametro lucreziano non regge il confronto con l'eleganza dei poeti augustei: questi ultimi curavano però l'aspetto artistico, mentre Lucrezio era più attento al fine educativo dei suoi versi. Procedendo in questa direzione, è possibile giustificare l'uso di alcuni elementi, i quali sono stati precedentemente utilizzati dalla critica di stampo romantico per evidenziare l'impoeticità del poema lucreziano, come i frequenti nessi coordinativi (praeterea, quapropter, quod superest, etc.) e le ripetizioni di versi o di gruppi di versi - che invece sottolineano la volontà didascalica di ribadire con energia i principali concetti. 
Secondo l'opinione di non pochi critici odierni, Lucrezio è innanzitutto poeta prima che filosofo e quindi è necessariamente portato a tradurre i concetti teorici in forme artistiche nate dalla fusione di libera inventiva e "topoi" tramandati dalla memoria letteraria. 
La sua Venere, invocata nei primi versi della composizione, è una creazione fantastica carica di molti valori: contemplazione razionale della natura, principio vitale che anima e popola il mondo, essa personifica il piacere -l 'edoné greca - meta ultima indicata dalla filosofia epicurea.
Non bisogna dimenticare lo scopo che infiamma l'autore del "De rerum natura": "obscura de re tam lucida pango carmine" (I, 933). Alla luce di ciò è infatti possibile non solo cogliere ma anche apprezzare la logica del discorso lucreziano.
mc, marzo 1999