domenica 31 ottobre 2021

La fine di ottobre

Ecco qualche scatto di fine ottobre. Cominciamo con la S'ciara, gruppo montuoso molto apprezzato dagli alpinisti, che sta a nord di Belluno e che ho ripreso poco distante dal mio luogo di lavoro.


Ecco invece il monte Serva, che sopra intravedete a destra e sotto è preso dalla sommità del colle dove è ubicata la mia casa.


Dalla stessa posizione, ammirate il Dolada. In primo piano, sulla destra, un traliccio dell'alta tensione, in secondo piano spunta il campanile della Chiesa di Cadola.


Eccone un ingrandimento, con un tocco autunnale...


... e ancora un altro.

Nel giardino continuano a fiorire le rose.


Molto belle, non trovate? - nonostante la temperatura sia di pochi °C sopra lo zero.


Ecco le fragole, che ancora fruttificano.


Infine, l'ultimo raccolto: ieri ho tolto i sostegni alle piante di pomodoro, che non sopravviveranno all'inverno. Questi gli ultimi prodotti dell'orto, che matureranno artificialmente, aiutati da mele e banane al caldo della cucina.


Nonostante la clemenza del meteo e i cieli limpidi di questi giorni, è venuta l'ora di accendere la stufa a legna e di ritirarsi in casa a leggere e a studiare. I protozoi mi attendono...


... ma termino con un paio di aggiornamenti.


Ecco, in un paio di scatti, l'ultima fioritura della digitale purpurea ...


... e i colori delle ortensie, che attestano la natura alcalina del terreno.

sabato 30 ottobre 2021

Il canto del Pater


Il 30 ottobre del 1978, eletto al soglio pontificio da appena due settimane, papa Giovanni Paolo II incontrò in Vaticano un gruppo di genitori provenienti da ogni parte del mondo e radunatisi a Roma per il terzo Congresso Mondiale della Famiglia

Prima di pronunciare il discorso ufficiale, rivolse alcune parole di incoraggiamento ai genitori. Le parole di papa Giovanni Paolo II si possono ascoltare in questo video, insieme al suo canto del Pater noster - in latino, senz'organo e soprattutto alieno da quelle tentazioni moderniste che frullano i testi biblici e liturgici come latte e banane per un frappé.

L'ascolto è possibile grazie alla registrazione che fece uno dei partecipanti all'incontro.

giovedì 28 ottobre 2021

La microbiologia e il professor Castellani: appunti


Mercoledì ho accennato qualche informazione alla nascita della microbiologia, nella seconda metà del XIX secolo, e alla rivoluzione che la scoperta dei microbi ha apportato alla medicina, alla veterinaria e anche alla chimica applicata. 

Nel video in apertura del post, Umberto Veronesi racconta l'appassionante cammino della medicina moderna e, in particolare, si sofferma sul contributo dato da Louis Pasteur, lo scienziato francese che può essere annoverato tra i fondatori della batteriologia, dell'immunologia e della vaccinazione

Le idee alla base di queste scoperte non sono tutte originali di Pasteur - alcune circolavano da tempo nell'ambiente della ricerca medica - ma egli ebbe il merito di compiere un passo decisivo nell'affrontare le malattie del baco da seta, il colera dei polli, il carbonchio e la rabbia.

A Robert Koch va il merito di aver scoperto i batteri che causano il carbonchio e la tubercolosi; fu un "metodologo" in quanto stabilì quattro postulati secondo i quali un microrganismo può essere ritenuto essere l'agente causale di una patologia. 


QUI, il professor Barbazza ed io abbiamo raccontato come, nel giro di pochi anni, la microbiologia divenne materia di studio nelle università; furono scoperti i sieri e i vaccini; poi fu chiarito che anche i protozoi e i virus possono essere causa di malattie, soprattutto nei paesi tropicali.

Tra gli artefici di importanti scoperte in questo campo si ricorda Aldo Castellani (Firenze, 1874-Lisbona, 1971), del quale sono ricorsi il 3 ottobre i 50 anni della morte.


Figlio di Ettore, un proprietario terriero, e di Violante Giuliani, ebbe varie vicissitudini scolastiche: iniziò gli studi di agraria, tentò di imparare la musica - che finì per detestare - e alla fine conseguì brillantemente la licenza ginnasiale (1893). 

Si iscrisse al corso di laurea in medicina. Laureatosi a Firenze nel 1899, fu per un anno assistente di Grocco, poi si perfezionò in batteriologia a Bonn presso Krause; là scoprì il fenomeno dell'assorbimento delle agglutinine (fenomeno del Castellani).

Tra il 1901 e il 1902 continuò gli studi a Londra; partecipò a una spedizione in Uganda, dove nel 1903 scoprì il protozoo responsabile della malattia del sonno, noto come Trypanosoma gambiense

Fondò il laboratorio di batteriologia nell’isola di Ceylon (oggi Sri Lanka), dove rimase fino al 1915 e presso il quale isolò e descrisse i bacilli dissenterici


Nel 1905 dimostrò inoltre che Spirochaeta pertenuis è l'agente patogeno della framboesia tropicale; descrisse la broncospirochetosi emorragica (morbo di Castellani), la febbre columbense, le febbri tropicali, la quartana non malarica, la funicolite endemica, isolò nuove forme di micosi per trattare le quali perfezionò la soluzione di fuchsina fenicata (tintura di Castellani).

Nel 1910 sposò la signora inglese Josephine Ambler Stead; ebbero, nel 1916, un'unica figlia - che in seguito sarebbe divenuta moglie di lord Killearn

Durante la Grande Guerra servì nell'esercito del Regno d'Italia come ufficiale medico, presso gli ospedali alleati allestiti tra Serbia e Macedonia.

Dal 1920, ritornato civile, si stabilì a Londra ma continuò a viaggiare in tutto il mondo per dar corso alle sue ricerche, per visitare pazienti illustri e per insegnare. Dotato di ingegno vivacissimo, di intuizione pronta, dell'arguzia e dello spirito tipico dei fiorentini, ebbe una vita assai intensa

Nel febbraio 1931 fu nominato direttore della Clinica delle malattie tropicali e subtropicali all'università di Roma
Nel 1935, ottenne la nomina ad Alto consulente sanitario e ispettore superiore generale per le forze armate e per i servizi civili dell'Africa Orientale
Nel 1937, in collaborazione con Igino Jacono, ha dato alle stampe un Manuale di clinica tropicale.


Con lo scoppio della Seconda Guerra mondiale ritornò in Italia. Nel 1946, dopo la proclamazione della Repubblica, Castellani, monarchico fedele, aveva seguito il re Umberto II in esilio e ne fu ospite fino alla morte, avvenuta il 3 ottobre 1971. 

martedì 26 ottobre 2021

A colui che genera l'acqua...


Oggi, qualche mio discepolo è tornato a casa felice perché ha imparato che l'idrogeno è un gas leggero, a bassa densità, incolore e inodore... 


Poi ha ripassato il concetto di isotopo, ricordando che l'idrogeno si presenta come prozio, deuterio e trizio: tutti con un protone nel nucleo ma diverso numero di neutroni e quindi diverso numero di massa.


Infine ha potuto vedere con i suoi occhi (rigorosamente seguendo la spiegazione nel seguente video!) che l'idrogeno si prepara in laboratorio trattando un metallo (ferro, zinco, stagno, alluminio... ma non i metalli nobili) con un acido, come HCl.


Grandi quantità di idrogeno sono utilizzate nell'industria per ottenere ammoniaca (e concimi), metanolo, margarina, carburanti e prodotti di chimica fine.

Nelle reazioni di idrogenazione, il legame tra i due atomi nella molecola biatomica è molto difficile da rompere ed ha un'alta energia di attivazione: indi per cui si lavora ad alta temperatura e in presenza di catalizzatori eterogenei. 

Per i ragazzi di prima, i catalizzatori restano per ora un vago "cat" sopra la freccia, a rappresentare una imprecisata sostanza che accelera la reazione e ricompare inalterata alla fine.


Per i ragazzi di quarta, il "cat" è sostituito dal nome del
metallo di transizione su cui il catalizzatore si basa: ferro per la sintesi dell'ammoniaca, nichel per la produzione di margarina, cobalto-molibdeno per la desolforazione dei carburanti, etc.

A qualcuno la descrittiva sembrerà l'Alcyone di D'Annunzio, Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi: e qualche creatura mitologica - nordica o mediterranea - la s'incontra anche, nascosta nel nome degli elementi chimici, come Niobe o Tantalo, Vanadys o Kobold, Pallade e Selene...

Ma l'idrogeno, colui che genera l'acqua, trova il miglior cantore in Primo Levi, che da ragazzino ne produsse un poco per elettrolisi dell'acqua, lo raccolse in un vaso da marmellata e lo incendiò causandone l'esplosione.


Era proprio idrogeno, dunque: lo stesso che brucia nel sole e nelle stelle, e dalla cui condensazione si formano in eterno silenzio gli universi. 

sabato 23 ottobre 2021

Amminazione riduttiva enzimatica...

L'amminazione enzimatica riduttiva costituisce una metodologia sintetica diretta, selettiva e green che ha suscitato un notevole interesse in breve tempo e sta emergendo come un potente strumento per la sintesi di ammine alchilate chirali

La scoperta di un numero crescente di immine reduttasi con attività di aminasi riduttiva (RedAm) ha consentito studi meccanicistici e di profilazione del substrato. Tuttavia, il loro potenziale per applicazioni commerciali non è stato realizzato - almeno non per il momento. 

Kumar e collaboratori riportano QUI, su Nature (settembre 2021), la scoperta dell'attività RedAm in un enzima immina reduttasi per l'amminazione riduttiva diretta di un chetone ciclico con metilammina

I ricercatori approfondiscono anche l'ingegnerizzazione dell'enzima per accedere a un cis-ciclobutil-N-metil-ammina per la produzione di un candidato farmaco in fase avanzata, l'inibitore della Janus chinasi 1 (JAK1), Abrocitinib

L'enzima ingegnerizzato, Sp RedAm-R3-V6, ha mostrato un miglioramento delle prestazioni >200 volte rispetto all'enzima naturale ed è stato utilizzato con successo per sviluppare un processo di produzione commerciale con una resa isolata del 73% con una purezza del 99,5% e un'elevata selettività (>99 :1 cis : trans ). 

Questo processo è stato utilizzato con successo per produrre tonnellate di ammina, dimostrando il potenziale della tecnologia RedAm per la produzione commerciale.

Ora, chissà che qualcuno non applichi l'amminazione riduttiva enzimatica diretta del fenilacetone con metilammina: attendiamo con trepidazione il prossimo Walter White.

FONTE: Nat Catal 4, 775-782 (2021). https://doi.org/10.1038/s41929-021-00671-5

giovedì 21 ottobre 2021

Alcheni, acqua e alcoli...

Oggi la giornata è iniziata sperimentando che, nonostante stia invecchiando, ho ancora una discreta potenza vocale. Ogni tanto un piccolo sussurro mi trovo costretto a farlo, giusto per riportare un po' d'ordine: un sussurro luminoso ma potente, come l'accordo perfetto di Do maggiore che, all'inizio della Creazione di Haydn, segna l'esplosione della luce a fugare le tenebre e il caos.

Tuttavia, un sicuro segno di invecchiamento (o di innamoramento?) è costituito dal fatto che un paio d'ore più tardi mi sono perso nel regno del Carbonio, un po' come Dorothy nel regno di Oz o come Alice in the wonderland: ma Alice non va - notoriamente - d'accordo con la Chimica Organica ed io invece la considero un Paradise lost.

Tanto preso dalla lezione sugli alcoli in un turbine di passione, quasi come quella che ha travolto Paolo e Francesca nel Quinto canto, non ho più percepito lo scorrere del tempo. Lo stesso capitava al Cannizzaro, che però veniva interrotto dagli allievi del suo corso i quali, non troppo garbatamente, cominciavano a battere i piedi sul pavimento per far capire all'augusto professore che la lezione era finita.

Io invece sono andato avanti imperterrito a descrivere la reazione del propilene con l'acqua e a generalizzare la cosa, enunciando che: 

ALCHENE + ACQUA = ALCOOL

Quell'uguale è brutto, ma passatemelo, almeno per il blog. Alla lavagna ho descritto il meccanismo: quando un alchene reagisce con l'acqua in una reazione di addizione per sintetizzare un alcool, il gruppo funzionale ossidrile (-OH) si lega al carbonio che ha il maggior numero di legami carbonio-carbonio, mentre l'idrogeno si lega al carbonio all'altra estremità del doppio legame, che ha più legami carbonio-idrogeno.

Questa addizione passa attraverso la formazione di un carbocatione intermedio, che il vecchio professore all'università raccontava come "...l'H+ che si lega al doppio legame: H va con H e + va sul C più interno".

Così riassumeva, un po' brutalmente, la regola di Markovnikov, enunciata dal chimico russo nel 1869 (lo stesso anno in cui Mendeleev pubblicò la tavola periodica) dopo una serie di osservazioni empiriche. Solamente gli studi di Olah sui carbocationi hanno portato a capire il perché di quei risultati sperimentali.

Così, idratando l'etilene si ottiene etanolo; e dal propilene si ottiene 2-propanolo (alcool isopropilico).

Queste reazioni hanno anche un interesse industriale, oltre che biochimico: per idratazione del doppio legame dell'acido fumarico si ottiene l'acido malico, come sa bene chi ha studiato il ciclo di Krebs.

mercoledì 20 ottobre 2021

Magni e Cavalli Sforza

Ecco una biografia di Luigi Luca Cavalli Sforza (1922-2018), pubblicata in: Ghislieri 450 - Un laboratorio di intelligenze, Einaudi (2017), pp. 120-125.
di Federico Focher
[...] Giovanni Magni, di Como, e Luca Cavalli-Sforza, di Genova, furono compagni d’anno di Medicina: il primo entrò in Collegio nel 1938; il secondo nel 1939, dopo un anno all’Università di Torino, grazie al conseguimento di un posto Castiglioni, al quale potevano concorrere anche studenti non lombardi. 

Così ricorda Cavalli quel magico periodo nella sua autobiografia (Perché la scienza? L’avventura di un ricercatore): 
In Ghislieri passai uno dei periodi più belli della mia vita e vi conobbi alcuni dei miei amici migliori. Con uno di questi, Giovanni Magni, che era del mio stesso anno di medicina, iniziai ben presto a progettare ricerche. Seguendo la consuetudine ghisleriana, entrammo come allievi interni all’Istituto di Anatomia comparata, da cui erano usciti ottimi scienziati, come il farmacologo Vittorio Erspamer e l’entomologo Mario Pavan”.

Magni e Cavalli condivideranno dunque passione, studi e ricerche nell’ambiente accademico pavese, falcidiato nel corpo docente dalle leggi razziali. 

Durante le vacanze estive frequenteranno insieme il Laboratorio Medico Micrografico di Como (diretto dal ghisleriano Luigi Bonezzi) e, su consiglio di Emilio Veratti, eminente professore di Patologia generale dell’ateneo pavese, nel 1942, proprio in pieno conflitto mondiale, trascorreranno un breve periodo di ricerche in Germania, prima a Francoforte sul Meno e poi a Berlino, nel laboratorio di genetica della drosofila, diretto dal celebre e carismatico Wladimirovic Timofeeff-Ressovsky.

Fondamentale fu per entrambi l’incontro con Adriano Buzzati-Traverso, fratello del celebre scrittore Dino Buzzati. La prima volta che i due amici ne sentirono parlare fu nello studio di Emilio Veratti. 

Buzzati, tornato dall’America, prima di partire per la guerra di Libia aveva consegnato a Veratti una copia del volume dei riassunti delle comunicazioni scientifiche del primo convegno di Genetica dei microrganismi tenutosi negli Stati Uniti, affinché lo facesse leggere a qualche studente particolarmente interessato. 

Il professore lo consegnò a Magni e a Cavalli che lessero e tradussero con passione tutti i riassunti delle presentazioni scientifiche in esso contenuti. Si può proprio affermare che galeotto fu il libro, in quanto entrambi avvertirono in quelle pagine l’irresistibile richiamo per la ricerca in campo genetico. Da quel momento in poi Magni si concentrerà sui lieviti, mentre Cavalli si focalizzerà sui batteri.

Nel settembre 1943 il Collegio venne occupato dai tedeschi e i due amici lo lasceranno per incamminarsi poco alla volta su strade diverse: dopo la laurea, Magni andò a Como, presso il Laboratorio di Igiene e Profilassi (diretto dal giovane microbiologo Rodolfo Negri, su espresso volere dell’allora direttore dell’Istituto Superiore di Sanità, Domenico Marotta), mentre Cavalli seguì Buzzati a Pallanza, cittadina nella quale, onde evitare danni causati da possibili bombardamenti alleati, era stato trasferito il laboratorio di genetica, ospitato a Pavia nell’Istituto di zoologia di Carlo Jucci, allievo del ghisleriano Giovanni Battista Grassi.

Magni iniziò quindi la sua carriera scientifica lavorando dapprima nell’Istituto del micologo Piero Redaelli, anatomo patologo di Milano, e in seguito a Copenaghen presso il laboratorio del genetista Oivid Winge, considerato all’epoca lo scienziato più esperto della genetica dei lieviti. 

Al suo ritorno Magni divenne assistente di Buzzati (in cattedra dal 1948) a Pavia; vinse quindi la cattedra di genetica a Parma (1963), per poi trasferirsi a Milano nel 1968, dove continuò a lavorare sulla genetica dei lieviti.

Studiò anche la genetica della drosofila scoprendo un’infezione virale responsabile di una deviazione del rapporto sessi che poteva portare alla completa scomparsa dei maschi. Tuttavia, il suo contributo scientifico più importante fu sicuramente la scoperta di chiare differenze del processo di mutazione durante la divisione cellulare normale, la mitosi, e quella che accompagna la produzione di spermatozoo e cellule uovo (meiosi). Svolse anche ricerca applicativa in campo farmaceutico contribuendo in prima persona allo sviluppo di nuovi efficaci antibiotici.

L’amico Cavalli, invece, dopo una breve esperienza come medico, divenne ricercatore presso l’Istituto sieroterapico milanese “Serafino Belfanti”. Animato dal fuoco della ricerca, si rese presto conto dell’importanza della matematica e soprattutto della statistica negli studi genetici, e iniziò lo studio di entrambe. 

Nata per raccogliere dati importanti per i governi (da cui il nome), la statistica verrà applicata ai fenomeni biologici solo a partire dagli inizi del XX secolo, quando un geniale matematico, Ronald A. Fisher, riuscirà a sviluppare metodi che permettono di aumentare sensibilmente la capacità di interpretazione di risultati scientifici basati su pochi dati sperimentali.

Finalmente, nel 1948, Cavalli riuscì ad ottenere una borsa di studio per poter svolgere ricerche a Cambridge, presso la John Innes Horticultural Institution con Kenneth Mather (allievo di Fisher), al fine di studiare i caratteri poligenici. In quell’anno, ad un congresso a Stoccolma, Cavalli incontrò il celebre Fisher che, con sua grande sorpresa, lo invitò nel proprio laboratorio per studiare la ricombinazione batterica, un fenomeno descritto in quegli anni da Joshua Lederberg a Madison (Wisconsin). Queste ricerche lo porteranno a descrivere la sessualità infettiva e alcuni ceppi batterici capaci di ricombinare ad alta frequenza (Hfr). 

La comunicazione di questi dati ai colleghi Joshua Lederberg e sua moglie Esther segnò l'inizio di una proficua collaborazione scientifica, che si approfondirà nel 1954, quando Cavalli, grazie ad un finanziamento della Rockefeller Foundation, potè trasferirsi per un certo periodo nel laboratorio dei Lederberg, a Madison, come visiting scientist. 

Sarà proprio durante questo soggiorno americano che Cavalli scoprirà l’importanza della deriva genetica (genetic drift), ovverosia della componente puramente casuale nella variabilità di una specie. Indubbiamente la selezione naturale ha reso e rende possibile la vita, ma Cavalli intuì che la sua influenza nell’evoluzione è spesso inferiore a quella della onnipresente deriva genetica, ovverosia della pura casualità, per cui si può paradossalmente affermare che in natura si ha più spesso la “sopravvivenza del più fortunato” che non la “sopravvivenza del più adatto”.

Conscio del fatto che studiare la deriva genetica avrebbe dischiuso un campo nuovo, ancora largamente inesplorato, Cavalli decise di proporre alla Rockefeller Foundation lo studio del ruolo della deriva genetica nella configurazione genotipica della popolazione della val di Parma. 

Dopo molti anni, nel 2004 pubblicherà i suoi dati, in collaborazione con Gianna Zei e Antonio Moroni, nel volume Consanguinity, Imbreeding and Genetic Drift in Italy. L’analisi genetica delle genti della val di Parma, che permise di dimostrare il grande ruolo giocato dalla deriva genetica nell’evoluzione, fu il banco di prova di successive brillanti ricerche multidisciplinari che lo porteranno a definire i tempi e i modi sia della rivoluzione neolitica in Europa avvenuta 10.000 anni fa, sia della diffusione nel mondo di Homo sapiens a partire, circa 100.000 anni fa, da una piccola popolazione evolutasi nell’Africa subsahariana.

Il fenomeno affrontato da Cavalli in questi studi è la migrazione umana e la relativa diffusione della cultura: avviene quest’ultima in seguito alla migrazione dei popoli o è il risultato della semplice trasmissione di idee e informazioni tra popolazioni di fatto stanziali? È noto che la rivoluzione neolitica è indissolubilmente legata alla nascita e alla diffusione dell’agricoltura; diventava quindi assai interessante domandarsi se poteva esistere una relazione tra diffusione dell’agricoltura dal Medio Oriente all’Europa e il gradiente di alcuni geni nelle popolazioni di tali regioni. Se la risposta fosse risultata positiva si sarebbe potuto affermare di aver dimostrato che la cultura neolitica si era diffusa per migrazione di uomini, per la cosiddetta diffusione demica, e non, o non solo, attraverso semplici scambi culturali.

Verso la fine degli anni Sessanta, stanco delle incombenze burocratiche che lo gravavano in qualità di direttore dell’Istituto di Genetica di Pavia (vinse la cattedra di genetica a Pavia nel 1962) e del Laboratorio del CNR, Cavalli decise di accettare la proposta di Lederberg di trasferirsi in California. Nel 1971 iniziò così a insegnare stabilmente all’Università di Stanford, luogo in cui svolgerà la maggior parte dei suoi studi sulla genetica delle popolazioni umane.

In quegli anni la genetica delle popolazioni europee e mediorientali era in gran parte sconosciuta, ma da quel poco che si sapeva, sembrava esserci, almeno per alcuni geni, una sorta di variazione continua dal Medio Oriente verso l’Europa, il che faceva supporre l’esistenza di qualcosa di simile a una diffusione demica. Così, nel 1977, prendendo spunto da tali deboli indicazioni, Cavalli intraprese un’analisi genetica dettagliata delle popolazioni mediorientali ed europee avvalendosi della collaborazione di altri due italiani, Paolo Menozzi, dell’Università di Parma, e Alberto Piazza, dell’Università di Torino.

Diversi anni dopo l’inizio dei suoi studi sui dati archeologici, che avevano permesso di datare con notevole precisione i vari momenti della diffusione dell’agricoltura in Europa, Cavalli, poté dimostrare attraverso mappe genetiche (basate sulla variazione delle frequenze geniche) l’esistenza di un gradiente, con un picco in Medio Oriente, che via via sfumava verso tutta l’Europa in cerchi quasi concentrici, un po’ più rapidamente verso il Mediterraneo, un po’ meno rapidamente verso nord. Questi risultati dimostrarono dunque l’esistenza di una diffusione demica e non, o non solo, culturale.

La possibilità di ricostruire la storia della mutazioni nelle linee genealogiche dischiuse immediatamente nuovi campi di indagine, poiché da quel momento diventava realizzabile la mappatura cronologica, sulla carta geografica, delle varie migrazioni umane (modello standard dell’evoluzione umana). Infatti, se si fosse riuscito a determinare il luogo e il momento in cui era avvenuta una data mutazione, sarebbe stato possibile ripercorrere le varie fasi dell’espansione dell’uomo moderno dal suo punto d’origine. 

Per quanto riguarda la diffusione di H. sapiens nel mondo, il modello di Cavalli dimostra, allo stato attuale delle conoscenze, che prima di 100.000 anni fa esisteva in Africa orientale una popolazione umana molto simile a noi, formata al più da qualche migliaio di individui, capaci di un linguaggio come il nostro. Da questo centro, per qualche motivo ancora non del tutto compreso, tale popolazione umana si diffuse molto lentamente verso sud e verso nord. Ad un certo punto la glaciazione bloccò la sua espansione e l’uomo di Neanderthal, già presente in Europa e meglio adattato al freddo, rioccupò parte dei territori che gli erano stati precedentemente sottratti da H. sapiens nella sua espansione verso nord. 

Circa 50.000 anni fa la popolazione dell’uomo moderno riprese a crescere e ci fu una nuova migrazione, sempre dall’Africa, in tutto il mondo, passando prima per il Medio Oriente, per poi diffondersi in Asia attraverso la penisola araba, in Europa attraverso l’Anatolia e l’Ucraina, in America attraverso lo stretto di Bering e in Oceania attraverso le isole della Sonda.

Nel 1994, dopo sedici anni di lavoro, Cavalli, esprimendo al meglio il caratteristico spirito eclettico e multidisciplinare del ghisleriano, pubblica questi risultati in un’opera monumentale, Storia e geografia dei geni umani, nella quale, sulla base dei dati genetici disponibili all’epoca, dimostra una stretta correlazione tra geni e lingue e tra geni e reperti archeologici, corroborando la celebre classificazione delle lingue di Merritt Ruhlen (1975). 

Con Storia e geografia dei geni umani Luca Cavalli Sforza, facendo propri tutti gli strumenti forniti dalle più diverse discipline utili a fare luce sull’evoluzione umana - genetica, antropologia, demografia, statistica, archeologia, linguistica e altre ancora - fornisce al lettore la chiave per comprendere non solo lo stretto rapporto fra patrimonio genetico e la storia delle civiltà, ma anche la vacuità dell’idea di razza, quando tale concetto viene applicato all’uomo. Infatti, i complessi legami genetici che intercorrono tra gli uomini dei vari continenti dimostrano, nonostante l’ampia variabilità genetica, l’inesistenza di corredi genetici specifici correlabili a particolari gruppi razziali. 

Da qui il caloroso e appassionato messaggio che Cavalli lancia al lettore: la diversità, come la biodiversità nel mondo vegetale e animale, non è un intralcio o un pericolo per l’umanità, ma una risorsa inestimabile. La stessa risorsa che ha garantito la sopravvivenza di Homo sapiens dalla sua prima uscita dalle savane dell’Africa.

lunedì 18 ottobre 2021

Evoluzioni, biologie e culture

Capita di incontrare qualcuno che nella sua vita crede di poter fare, da solo, più strada di quanto ne abbia percorsa l'Uomo (o meglio, il genere Homo) nell'arco di tutta la sua Evoluzione, rappresentata fantasiosamente nell'immagine sottostante. 

Lasciandosi alle spalle l'evoluzione dell'Uomo, magari senza averla studiata, ciascuno a mio modesto avviso è libero di credere quel che vuole, ben s'intenda.

Vorrei soffermarmi ora sull'immagine che ha ispirato questa rappresentazione: l'originale compare per la prima volta nel 1965 e mostra un primate - con una locomozione sui quattro arti - che progressivamente si alza arrivando ad assumere sembianze sempre più antropomorfe, attraversando una successione di ominidi antichi ed arcaici (Australopitecus sp. e le prime specie del genere Homo) fino al risultato finale: Homo sapiens.

L'immagine è stata presa dal libro The Early Man che non aveva come scopo quello di illustrare l'evoluzione umana, con la conseguenza che questa marcia del progresso divenne popolare fornendo un'idea falsa a più livelli.

L'uomo, come ogni organismo vivente, non sfugge all'evoluzione ed ai suoi meccanismi. Evoluzione richiama il cambiamento - tema della mostra di cui dissi al post precedente - ed anche l'uomo cambia. Siamo diversi, oggi, dagli esemplari del genere Homo di 100 anni fa, come da quelli di duemila anni fa e così via: questo perché l'uomo non costituisce un punto di arrivo dal punto di vista evolutivo. 

Il pensiero comune, fino a qualche tempo fa, conduceva a concepire l'evoluzione come se avesse una finalità, un punto di arrivo - che in questo caso rappresenterebbe l'uomo come massimo esponente tra gli animali, il più intelligente e perfetto, in accordo con alcune dottrine religiose e filosofiche. 

Theilard de Chardin (1881-1955), gesuita e antropologo, parlava di punto omega e passava poi a considerazioni metafisiche, quasi mistiche, enunciando il suo credo e conservando tuttavia il rigore del metodo nei suoi studi sul Sinantropo.

Questo concetto (punto di arrivo, punto omega), evolutivamente parlando, è incorretto perché l'evoluzione (biologica) non è lineare, ma può essere rappresentata con un diagramma ad albero assai ramificato, o "come un ramo di corallo" secondo quanto scrisse Darwin nei suoi taccuini (immagine sotto), dove soltanto la parte superiore (parte viva) contiene i discendenti viventi che a loro volta hanno degli antenati comuni che formano la parte basale (parte morta). 

Infatti ogni antenato comune di qualsiasi organismo non è più in vita, come quello condiviso dall'uomo e dagli scimpanzé che, con continue mutazioni ed altri meccanismi evolutivi, ha portato alla divergenza di questi due grandi gruppi - isolati geograficamente dal formarsi del gran Rift africano: gli antenati degli scimpanzé si sarebbero evoluti nelle foreste dell'attuale Congo, mentre Homo avrebbe compiuto il suo cammino evolutivo nella savana, tra Tanzania e Kenya, dove sono stati ritrovati gli scheletri di alcuni ominidi come Lucy

Con una enorme semplificazione, si potrebbe azzardare e dire che, fino a circa sette milioni di anni fa, abbiamo percorso, evolutivamente parlando, la stessa strada per poi intraprendere percorsi differenti, alcuni dei quali conclusi con l'estinzione, altri giunti fino ad oggi con le specie attuali ma non definitive. 

A chi afferma sbrigativamente che l'uomo discende dalle scimmie rispondiamo: non di certo da quelle che oggi chiamiamo scimmie, evolutesi parallelamente agli altri animali, ma forse da qualche avo comune. La ricerca continua e per ora assumiamo i risultati relativi al cammino percorso, in attesa di compiere un passo avanti.

Il merito della rappresentazione offerta in apertura del post - opera degli studenti di un liceo artistico - consiste nel tracciare un parallelo, in un modo un po' improbabile, tra l'evoluzione biologica e l'evoluzione delle culture.

Il celeberrimo genetista Luigi Luca Cavalli Sforza (1922-2018) ha il merito di aver condotto, con rigoroso approccio scientifico, un'indagine accurata sul rapporto sussistente tra evoluzione culturale ed evoluzione biologica

Tale indagine resta ancora oggi una fondamentale introduzione a qualsiasi discussione sui temi del valore della genetica nella cultura e delle reciproche influenze tra sfera naturale e sfera culturale.

Le sue riflessioni sono state raccolte in un libro che mi permetterei di consigliare, L'evoluzione della cultura (Codice Edizioni), utile per capire che cosa sia la cultura

Cavalli Sforza ci ha regalato un affascinante affresco dell'innovazione e della conservazione culturale alternativo alle ricostruzioni incentrate esclusivamente sulla selezione genica, con conseguenze di grande rilievo per i nostri modi di concepire le differenze culturali, la presunta esistenza di "razze" umane (virgolette d'obbligo e link da consultare clikkando!), le culture nazionali e le loro relazioni.

QUI trovate la recensione su Le Scienze; avevo acquistato il libro in allegato alla rivista, ormai qualche anno fa. Ma si tratta di una lettura sempre valida e di un approfondimento che va bene proporre reiteratamente anche tra i banchi di scuola.

domenica 17 ottobre 2021

Illegio: fotoromanzo di un pomeriggio artistico


Illegio è un borgo di molini tra le montagne della Carnia, non lontano da Tolmezzo: da diversi anni, ormai, per iniziativa di don Alessio Geretti, sacerdote appassionato, e di un attivo comitato organizzatore, è sede di mostre a tema, veri e propri percorsi per riflettere attraverso la contemplazione del Bello

Lo spunto di quest'anno è riassunto nella parola scelta per dare il titolo alla mostra: cambiare. Una chiave di lettura è stata offerta dalla professoressa Lidia Rui sul blog dell'associazione Pig&Menti che potete leggere QUI.

Sabato 16 ottobre, penultimo giorno, siamo andati a vederla pure io e il mio collega di matematica, professor Simone Tramontin. L'appuntamento era per le 18:40, sicché siamo partiti nel pomeriggio e abbiamo scelto, come strada di andata, di passare per il Cadore. Ecco Lorenzago.


Oltre il passo della Mauria, ecco la Carnia, con i suoi paesaggi selvaggi raccolti tra le Dolomiti friulane.


I colori dell'autunno rendono il paesaggio ancora più gradevole. Il viaggio è stato interrotto solo da un controllo di routine da parte di una pattuglia di carabinieri, unica presenza antropica incontrata nello spazio di diversi chilometri.


Per il resto: boschi, boschi e ancora boschi. E qualche centro abitato: Forni di sopra, Forni di sotto, la deviazione per Sauris, poi Ampezzo Carnico, etc.


E poi, in fondo alla lunga valle, il monte Amariana domina la scena, con la sua forma piramidale, e sovrasta Tolmezzo. Alla sua sinistra è incastonato, come una piccola gemma, il paese meta del nostro pellegrinare. Confesso di essermi perso nell'ammirare gli strati di rocce, le spaccature, le frane. Approfondirò.


Ecco invece le luci della sera dal parcheggio di Illegio.


Volgendo lo sguardo a destra, sul colle al centro della foto, si erge maestoso il profilo della Pieve di San Floriano, che visitai ormai molti anni fa. San Floriano è un patrono caro alla devozione delle genti di montagna, invocato contro incendi ed alluvioni.


Ecco la roggia con la ruota idraulica ancora in funzione, che ha ispirato al professore una dotta disquisizione sull'energia e sulle sue trasformazioni, da potenziale a cinetica a rotazionale. 


Ecco la ruota in una foto più dettagliata.


Il momento di entrare alla mostra è giunto, con viva soddisfazione del professor Tramontin: acquisto del biglietto, controllo del Green pass e via.


All'interno non è stato possibile scattare fotografie, per cui riprendo qualche particolare dal depliant, a cominciare dalla Maga Circe di Wright Barker (1889).


Ecco Gambogi, con la rappresentazione dei migranti italiani che partono per l'Argentina dal porto di Livorno. Tra questi migranti vi fu, in un tempo ormai lontano di cui si perde facilmente la memoria, anche lo zio Toni, fratello della madre di mia nonna paterna, che al di là dell'oceano fece fortuna e fondò un paese (non so quale sia, ma mi piacerebbe saperlo). 

Lo zio Toni diede pure un contributo diretto all'incremento demografico di questo paese, in quanto egli aveva il vezzo di ingravidare tutte le cameriere che lavoravano nell'albergo di cui era proprietario, ma questa è un'altra storia che ci porta fuori tema.


Nelle varie sale erano poi esposte opere dei Prerafaelliti, di Monet, di van Dyck, di Picasso, di Balla, di Fontana (questi ultimi tre a rappresentare i cambiamenti nell'arte del XX secolo). 

L'ultima sulla quale mi soffermo è la copia, eseguita nel 1893 da Edmond Leroy - Dionet (1860-1939), del celebre capolavoro di Delacroix, La libertà che guida il popolo. Facciamo un breve ripasso, aiutandoci con una mappa concettuale?


Ecco la foto della copia di Dionet, ripresa sempre dal depliant.


Vorrei soffermarmi su un particolare, quel seno nudo per il quale Delacroix si è ispirato alla Venere di Milo e che Dionet ha ripreso - ma non in modo troppo fedele. Questo è il dettaglio dall'originale di Delacroix.


Nella copia di Dionet, ha attirato la mia attenzione la parte destra del seno: osservandolo, il capezzolo appariva meno definito di quello di Delacroix e le pennellate sembravano tratteggiare come una tumefazione, che mi ha portato a fantasticare l'idea di una libertà malata destinata a fine prematura, quella che guida il popolo nelle rivoluzioni

Ecco il dettaglio di Dionet che -ben s'intenda - sono io ad interpretare come la rappresentazione di una tumefazione (vedi frecce in rosso), mentre qualcun altro più qualificato di me potrebbe liquidare come qualche pennellata data in modo poco efficace.


Attendendo allora che qualcuno rappresenti l'allegoria della tirannia nell'atto di seppellire la libertà con quanti sono morti per essa, prendiamo la strada del ritorno.


Dopo una sosta a San Daniele del Friuli e una cena - dal museo al teatro, come ha fatto notare il professor Tramontin, visto che ci siamo fermati a mangiare presso la deliziosa Trattoria al Teatro - abbiamo continuato il nostro viaggio ascoltando un po' di musica. 

La scelta finale è caduta sulla seconda parte dell'oratorio La Creazione di Haydn, trasmessa da Radio Tre. Ne accennavo qualche post fa e la domanda che mi pongo è sempre la stessa: come mai l'Evoluzione non ha ispirato un capolavoro - musicale o figurativo - degno di stare accanto alle opere che rappresentano invece la Genesi?


Mentre ascoltiamo il coro finale, con la fuga sull'Amen, ecco in cielo la Luna congiungersi a Giove e a Saturno, mentre le nubi velano la scena, quasi per celeste pudore. Quello che ormai quaggiù, sulla Terra, si è perso.

venerdì 15 ottobre 2021

Riflessione musicale


A. Vivaldi - Salve Regina in sol minore
G. Lesne - Controtenore
F. Biondi - Violino
Il Seminario Musicale

G. Bellini - Santa Maria del Prato

PS: notate il paesaggio che fa da cornice alla rappresentazione. Trattasi del "Colle delle Capre", ove sorge la parte antica della città di Feltre, cittadina incorniciata a nord dalle Vette Feltrine

La scena è ambientata a sud, dove oggi si trova la stazione ferroviaria e dove un tempo sorgeva un convento-ospizio dedicato a Santa Maria del Prato - alla quale è intitolato tuttora l'ospedale civile.


Per saperne di più: S. Miscellaneo (a cura di), L'Archivio della Confraternita e Ospedale di Santa Maria del Prato (1320-1808), D.B.S. Rasai, Seren del Grappa, 2004.

mercoledì 13 ottobre 2021

L'orologiaio e l'evoluzionista riluttante

Chi era davvero Charles Darwin? Uno studioso che scriveva libri, amante della tranquillità domestica, oppure un viaggiatore irrequieto? Un uomo cauto e timido o l'infaticabile ricercatore che scoprì in sé l'intuizione che avrebbe ridefinito la storia della specie umana? Uno schivo e solitario allevatore di colombi o un padre e un nonno affettuoso? Un collezionista di scarafaggi o un abile giocatore di biliardo? Sulla teoria dell'evoluzione e sul suo autore sono state scritte montagne di libri e articoli, dai più divulgativi ai più specialistici. 

David Quammen (noto al pubblico come autore di Spillover) in una sua opera, tradotta in italiano come L'evoluzionista riluttante, ha affrontato il personaggio Darwin da una prospettiva diversa, partendo dal dato biografico del naturalista inglese per intrecciarlo in una rete sempre più fitta con il percorso intellettuale e scientifico che lo portò a pubblicare - dopo anni e anni di letture, approfondimenti, ricerche e tentennamenti - il testo che avrebbe posto le basi della biologia contemporanea: L'origine delle specie

Il risultato è il ritratto a tutto tondo di un uomo che dalla tranquilla campagna inglese ha preparato una rivoluzione culturale che ancora oggi non ha esaurito la propria vis

Fisicamente sofferente, provato da una serie di lutti familiari, sostenuto da una moglie generosa e devota, amante del silenzio, della quiete e poco incline alla vita mondana, Darwin percorre un cammino intellettuale lungo, che attinge ai suoi diari del Viaggio di un naturalista intorno al mondo, a bordo del brigantino Beagle, e alle opere di diversi autori.

Tra questi figura William Paley (1743-1805), filosofo e teologo inglese che studiò e insegnò al Christ's College di Cambridge, abbracciando poi la carriera ecclesiastica. 

In The principles of moral and political philosophy (1785), Paley trattò dei doveri della vita civile sulla base di un utilitarismo teologico. In difesa della dottrina cristiana scrisse A view of the evidences of Christianity (2 voll., 1794), in cui difende l'attendibilità dei miracoli, e Natural theology, or evidences of the existence and attributes of the Deity collected from the appearances of nature (1802), in cui stabilisce l'esistenza di Dio a partire dai fenomeni naturali.

A Paley dobbiamo la celeberrima immagine dell'orologiaio per rappresentare l'idea di un essere intelligente che ha disposto l'ordine della Creazione come gli ingranaggi di un orologio.

Nello sviluppo delle sue idee, Darwin prenderà le distanze dall'idea di un disegno intelligente e introdurrà il concetto di selezione naturale quale spinta dell'evoluzione

Arrivati a questo punto, non voglio togliervi il piacere di scoprire nel testo di Quammen tutto il percorso intellettuale di Darwin; tuttavia, mi chiedo come mai nessuno - almeno finora - abbia ancora scritto un'opera musicale sull'Evoluzione che sia degna di stare accanto a La Creazione di Haydn (ascoltatene una fuga nel video in chiusura al post) o abbia dipinto un affresco che racconti l'Evoluzione al pari delle varie creazioni che invece narrano in immagini la Genesi.


F.J. Haydn, coro da "La Creazione"