martedì 23 agosto 2016

IL PIOMBO NELLA BENZINA

Il piombo tetraetile, Pb(C2H5)4, fu individuato negli Anni Venti da Thomas Midgley (ingegnere della General Motors, che scoprì anche i cloro-fluoro-carburi, passando alla storia come uno dei maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico).

L'impiego del “piombo” come additivo antidetonante per carburanti fu studiato nei laboratori della Du Pont.

Esso si presenta come un liquido viscoso e incolore, estremamente tossico (T+), che mescolato con bromuro di etile e cloruro di etile formava una miscela chiamata ethylfluid: nella camera di combustione di un motore a scoppio, il piombo tetraetile, reagendo con gli alogenuri alchilici, dava luogo a radicali etile e a cloruro e bromuro di piombo.


In Italia era prodotto a Trento, in quello stabilimento tristemente noto come fabbrica degli invisibili; un altro impianto era attivo a Fidenza (in provincia di Parma).

Lo stabilimento di Trento faceva capo alla SLOI (Società Lavorazioni Organiche Inorganiche) e la sua storia è stata più volte raccontata in mostre fotografiche, in piéce teatrali e recentemente anche in un film.


Cominciò la sua attività nel 1940, per produrre l'additivo da mettere nei carburanti per gli aeroplani dell'aviazione tedesca; dopo la guerra continuò per il mercato civile, finché un incendio, occorso il 14 luglio 1978, non indusse il sindaco a decretare la cessazione dell'attività.

Quell'incendio, partito da un fusto contenente sodio metallico, fu un incubo per la città, che temette una nuova Seveso: e sarebbe potuto essere, se l'incendio avesse toccato i depositi di piombo tetraetile. Non fu, ringraziando il cielo, la Provvidenza o forse grazie al tempestivo intervento dei vigili del fuoco e delle forze di polizia che evacuarono il rione Cristo Re.

L'area su cui sorgevano gli impianti, al tempo messa sotto sequestro dalla Procura, è oggi gravemente inquinata e necessita di interventi di bonifica.

Lo stabilimento cela un altro terribile segreto, che gli ha meritato l'appellativo di fabbrica degli invisibili. E una ragione c'è: si tratta di una "ragione sociale", espressione che va intesa non nel significato corrente che le accorda il diritto.

L'aggettivo sociale evidenzia la dimensione della piaga che l'esposizione al piombo e ai suoi composti ha inciso nella vita di centinaia di operai e delle loro famiglie.

Da un lato la fabbrica ha portato lavoro e apparente benessere: ma l'intossicazione dovuta al piombo generava negli addetti alle lavorazioni problemi d'igiene mentale che si manifestavano anche con violenze in famiglia.

Si narra di padri che hanno abusato dei loro figli, di mariti che picchiavano le mogli, di uomini distrutti mentalmente e prostrati fisicamente, internati nel manicomio di Pergine Valsugana (ufficialmente come alcolisti cronici) o ricoverati a Padova presso l'Istituto di Medicina del Lavoro.


L'importante è che fossero invisibili agli occhi della società e dei benpensanti: la fabbrica dà lavoro e il lavoro genera benessere. Un ritornello che piaceva e funzionava. Funzionerebbe tuttora.


PS: trovate un ampio approfondimento QUI e QUI, sul blog della SCI.